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Racconti del mionido

Dialogo immaginario

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 Dialogo  immaginario   

Introduzione

Una davanti all’altra stanno le due “giovinezze”, due diverse facce della stessa luna: crescente/calante; due respiri congiunti sul limite vertiginoso di una vita, spesso dimentica, dell’impercettibile lampo corporeo che la genera.

protagonisti

Le due fasi fondamentali della vita: la gioiosa, incosciente, curiosa, sfrontata, eppure a volte timida giovinezza e la prudente, generosa, saggia e silenziosa vecchiaia.

Scena

Tutto si svolge nella temporalità di un giorno, in una immensa e silenziosa vallata. Camminano fianco a fianco e di tanto in tanto riposano su due grosse pietre.

Si confrontano, mettendo a nudo la propria interiorità.

 

La storia

E’ un raccontarsi vicendevole, domande e risposte da giovinezza a vecchiaia e viceversa; un cammino carico di sentimento, quasi delle autentiche lezioni di vita in un crescendo di emozioni, che spinge il lettore ad ancorare la propria anima a quella delle due protagoniste e, in qualche modo, attraversarne il destino.

  

 PARTE PRIMA

 

 Giovinezza e vecchiaia si fronteggiano in una complicità tutta loro e nel chiarore del giorno che inizia, c’è la metafora della vita e della sua umorale bellezza.

 

E’ mattina.

Alti raggi proietta il sole sul fogliame rossastro dell’acero sotto il quale le due età si scambiano fitti pensieri.   

(inizia il dialogo)

 

 Perché la vita? – chiede la giovinezza –

Vedi, - risponde la vecchiaia – lunghe e taglienti sono le lancette del tempo, procedono sicure, tranquille, senza mai attorcigliarsi, senza inciampi né ripensamenti, sempre avanti, in un gioco di saliscendi per niente disgiunto dai nostri respiri.

D’improvviso poi, il lampo trapassa l’acquea natura e un battito ci è dato!

Il perché non lo conosco.

Ho imparato però che da quell’istante tutto diventa conquista, anche l’ultimo spirante pensiero.

Si, perfino quello e che questa realtà corporea nella sua semplice eppure complessa fisicità, non è completo appagamento dell’essere, né l’ultimo ricovero per l’anima, ma

continua ricerca e impercettibile moto di nuvole.

 

Perché la morte?

 - parla la giovinezza-

Non per insensibilità, ma i miei giovani anni mi portano a meditazioni di tutt’altro genere.

Per me copiosa è la fioritura, impaurito il cuore carezzato da serpentini desideri e sulle labbra un amore imposseduto sempre canta, come cicala d’estate.

Alla libertà fa eco la speranza: soffèrmati su questo mio tempo da te già abitato, già riempito e svelami, se puoi, di questa primavera, il senso profondo.

Mi spinge avanti  - continua la giovinezza - una gioia difficile da spiegare e dare riposo a

tanto agitato pensiero, per incamminarsi nell’oscuro ultimo rifugio, è straziante come una tormenta improvvisa e gelida che arresta il passo.

E per te invece?

E’ vero, - risponde la vecchiaia - ho vissuto tale stagione, ne riconosco i profumi e i colori, gli sguardi e le voci….

Oh! – sospirando – nulla mancava.

Ricordare? Qualche volta duole.

La nostra presunzione dimentica la morte, ma sappi che il suo fruscìo ci sfiora fin dal primo vagito.

Il mio tempo è maturo ormai, si avvicina il raccolto, ma nessuna tristezza è in me perché so per certo che ancora si rinnoverà l’antico rito della nascita.

Vuoi dire della morte?  – incalza la giovinezza –

No, ti spiego.

Si nasce nel pianto; nel dolore si schiude il ventre e la carne si svela al mondo, poi il destino raccoglie il tuo nome e tutte le tue speranze che sono già lì.

Bene, devi sapere che si alza il pianto anche quando la penombra, vorticando sopra il corpo immobile, ti toglierà il respiro per nascere in altro luogo, indipendente dal tempo.

Un tranquillo e sconosciuto cielo ci accoglierà come all’inizio avevano fatto due braccia gioiose e tremanti.

Rifletti. ( pausa ) non sono forse simili le attese della prima e dell’ultima nascita?

In entrambe, la stessa carezza!

 

 Perché chiami giovinezza questa tua “tarda” età?

 

Vedi, oltre il respiro, ci accomuna l’illusione - poco sorretta dalla ragione – di abbracciare un’intera esistenza nel limitato tempo di un giorno.

Dono, forse, concesso a pochi.

Tutto ciò che in te grida forte, presuntuosamente grida anche in me e, insieme ai capelli (a dispetto di quello che comunemente si crede) non imbianca anche il cuore.

E forse questa è, a mio parere, l’umiliazione più grande: sentire il cuore dilatato da caldi respiri, in un corpo che si fa sempre più pesante ed esposto ai ghiacci dell’inverno.

Nel suo asse inclinato, la vecchiaia si libera da ribelli pensieri e maldestre emozioni ( non è sua natura avercele ancora), resta però comunque un sanguigno moto che sale da dentro, per poi perdersi o disperdersi nel palmo di questo vento che a tratti dolcemente ci

attraversa.

Ciò che tu chiami “tarda” età, per me è nuova giovinezza – incalza la vecchiaia -

Nuovo modo di vedere le cose, di guardarsi intorno, di amare, pensare, parlare, perdonare,

con una sensibilità e, al tempo stesso, con una forza che sono andate sempre più accrescendosi con gli anni.

Tutto è fanciullesco in me, tranne la ragione, temprata dall’esperienza.

Quella che ancora manca al mio respiro! – risponde la giovinezza –

Già, sono molte le cose che ti mancano, ma non te ne dolére, colmerai ogni vuoto.

Impressa è, da tempo, la tua orma sulla strada.

Sì – risponde la giovinezza - e dovunque andranno i miei passi, spero li accompagni sempre, quella sensazione unica, di appagamento completo, che può trovarsi solo qui

(si porta una mano al petto) dentro di noi.

Dentro ognuno di noi.

Come antica scintilla di gioia, pronta a diventare falò caldo e piacevolmente avvolgente

oppure ad estinguersi per sempre, sotto una pioggia copiosa di lacrime.

(pausa)

(silenzio)

Entrambe le età si guardano, annuendo col capo come a dire sì, è così.

E’ proprio così.

 

 

 PARTE SECONDA

 

E’ pomeriggio: il sole è ancora alto sopra le due figure che, piano, avanzano verso una grossa pietra, sdraiata quasi su un letto d’erba. Vi  si lasciano cadere sopra, come fosse una accogliente poltrona.

Si guardano intorno.

Poi guardano il prato sotto i loro piedi.

Quindi ricomincia il dialogo.

 

A cosa pensi quando guardi il cielo – chiede la vecchiaia –

Nella profondità del suo abbraccio, l’emozionante e sommesso gocciolìo degli anni, scorre lento sulla pelle come un brivido: pulsa l’universo come il mio cuore.

Silenzioso è il pensiero.

Impetuoso l’attimo.

Di notte poi, sconfinato è l’abisso che rotola giù, perdendosi nel mio sguardo e viceversa.

La sua grandezza mi inonda a tal punto che quasi si ferma il respiro.

E tu invece cosa pensi? – domanda la giovinezza -

(La vecchiaia ci pensa un po’ e poi risponde).

Mi prende un senso strano, ma piacevole, di solitudine.

Impaurito è l’uomo su questa terra e la sua fragilità, che si fa via via più concreta con gli anni, spesso riflette le inquiete profondità del cielo.

E quelle dell’anima.

Insondabili.

Ci lasciamo modellare dal tempo senza essere mai gli stessi di ieri, perché una miriade di emozioni e di esperienze, di battiti e di respiri diversi, ha intaccato (e per sempre) anche ogni impercettibile movimento di labbra.

Ma ovunque si posi lo sguardo, l’antico e morbido volto del mondo, perennemente ci fronteggia, quasi ci sfida.

E noi?

Saremo mai capaci di cantarne la vittoria?

Noi, sempre così avari di gratitudine!

Sopra di noi occhi attenti ed eterni, teneramente ci scrutano, misurando le nostre azioni e guidandoci verso quel misterioso silenzio che già più volte cerchiamo dentro noi stessi.

 

Ma tu davvero speri in un’altra vita? – chiede la giovinezza –

Sperare??

Ne ho convinzione! –risponde con fermezza la vecchiaia, stupìta di tanta incredulità –

Non trascorre invano il tempo e niente è dovuto al caso.

Come sotto un vetro sottile e delicato noi stiamo.

In cammino, tutti.

Con i piedi doloranti e gonfi come il ventre di chi ci ha generati;

sull’orlo di strade fangose, assetati di un immeritato eterno e incuranti della notte che scolora.

Basta un grido, uno solo, più forte e il cielo ricadrebbe in frantumi sopra la nostra agonìa.

 

 

  PARTE  TERZA

 

 

Si alza un leggero vento che rende più intenso il profumo dell’erba.

Intanto è scesa la notte e il dialogo volge al termine.

 

Accompagnàti da un silenzio quasi irreale, le due età si apprestano all’ultimo saluto, non senza un velo di tristezza.

Alla fine del cammino ci si accorge che la vita, per quanto lunga, in fondo non dura che il tempo di un lampo.

Un battito di ciglia.

…e il sonno riprende.

(parla la giovinezza)

Mi hai fatto capire molte cose e tutto ora fa meno paura.

Abbiamo attraversato l’intera vallata, dialogando e meditando tutto il giorno e non sai quanto mi piacerebbe fermarmi, anzi addormentarmi qui, ma sai anche tu che devo andare.

Come si dice “ho la vita davanti che mi aspetta” o forse no.

Chissà!

Ma tanto o poco che sia, il mio tempo è da cogliere……

 

Si allontana, lasciando la vecchiaia seduta e pensierosa che la segue con lo sguardo.

Poi (sempre la vecchiaia) alza il capo verso il cielo ed esclama:” in cima alle vette che oltrepassano le nuvole, ci ritroveremo tutti, insieme agli affetti più veri”.

 

Buio e silenzio.

 

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